"... L'ESSENZIALE E' INVISIBILE AGLI OCCHI..."

domenica 14 luglio 2013

Erase and rewind

Succede che il tempo torni indietro all'improvviso, riavvolgendosi su se stesso come il nastro di una musicassetta partita male. E ti presenta il conto di cose per le quali eri convinto di aver gia' pagato fin troppo. I debiti non finiscono mai, non quelli con la vita, anche se non ricordi di aver mai messo una firma su quel contratto, nè di aver mai barattato la tua anima con un capriccio. "Deve essere stato quella volta...", ti dici, ma quella volta non sai davvero che volta è. Cosa è stato? Cosa mi ha portato sin qui? E scivoli inesorabilmente indietro, credendo di andare avanti, accettando l'ennesimo compromesso senza sapere quale sia il senso di questa rassegnazione, quale sia la contropartita.
Io non lo so. Non so se sia la cosa giusta. Ma se tutto torna indietro, tanto vale tornare a scrivere qui. Hai visto mai che in questo ammasso informe di sciocchezze io riesca a far saltar fuori la formula magica per spezzare questo cerchio senza fine...

mercoledì 25 giugno 2008

E se splendesse il sole sulla mia città...


Bella e dannata come una puttana dopo una notte di bagordi. Rimmel sbavato e i segni visibili della fatica e del tempo. Dolce Lolita invecchiata di un'indecente innocenza.

Napoli stamattina è splendente, impeccabilmente decadente...

Ingorda, vomita ondate di traffico e gente lungo la strada che dalla stazione centrale porta alle vie dei negozi. Accanto al piazzale dei taxi, tra i romantici clochard e i tossici in astinenza, il Mac Donald emana i suoi olezzi di democrazia putrefatta, mentre qualcuno cerca di vendermi l'illusione di un affare.

Mi perdo nella folla che attraversa la stazione dei pullman, confusa nel frastuono di macchine e voci sempre troppo alte, nei colori sempre troppo vistosi. Qua e là rifiuti disseminati come pennellate di un pittore disattento, cassonetti dell'immondizia bruciacchiati e sventrati, pallidi cadaveri di civiltà con le viscere al vento.

Fa caldo e tra il puzzo, lo smog e i palazzi addossati gli uni agli altri l'aria non passa. Garibaldi se ne sta indifferente sul suo piedistallo di pietra, fingendo di guardare altrove.

Attraverso cercando di evitare autisti impazziti e pedoni frettolosi. E' ancora presto e il Rettifilo si stiracchia davanti a me come un bimbo brutto e sporco, ma sorridente.

Cammino piano tra negozi e venditori ambulanti, districandomi tra ostacoli umani e artificiali. Poco più su, dove il cemento lascia spazio al cielo, si intravede il colore del mare e il profumo di un'altra Napoli, più antica e più vera. Sconosciuta e sepolta. Ma a nessuno sembra importare.

Seguo il miraggio azzurro della Via Marina, lasciandomi alle spalle il Maschio Angioino. Qui, accanto all'acqua, c'è ancora qualche speranza.

Scivolo lungo il corpo della più bella tra le concubine, come la mano di un amante avido in cerca dell'ultimo briciolo di purezza, da preservare nonostante tutto. Ma la mia ricerca è vana perchè quei seni, quel ventre sono stati violati irrimediailmente. Nell'afa estiva da cui non trovo riparo corruzione e peccato si estendono come una cancrena.

C'è, in queste strade marcescenti, un'atmosfera grottesca di festa. Sorrisi forzati dentro la tragedia, come note stonate di un mandolino distrutto. Mani straniere che disegnano illusorie rinascite, oltre lo schifo, sullo sfondo di muri scrostati. Sulle facce ebeti della gente pronta a credere ai giochi di prestigio dell'ennesimo ciarlatano.

Guardo il mare, cercando un soffio di vento che mi riporti l'ossigeno che comincia a mancare. Ma anche l'acqua si richiude su se stessa come una prigione. Non c'è scampo, sotto questo cappa grigia. Soffoco di disperazione e rabbia, urlando in silenzio le mie maledizioni al nulla. Non c'è amore, non c'è luce.

E se splendesse il sole sulla mia città? Probabilmente neanche io me ne accorgerei. Non più.



domenica 22 giugno 2008

Desperately...


"Stringimi...che i nostri corpi avvinghiati non lascino passare neanche un alito di vento. Graffiami l'anima. Che il dolore è più dolce se ha il tuo sapore e i tuoi occhi. Io non ho paura. Il cielo guarda i miei brividi avido. E intorno il mondo è solo un altro scherzo di un destino invidioso.


Noi due in mezzo a tutto il resto. Sabbia, mare, e la notte. Tanta notte da vendere, senza stelle nè suoni. Nera e pura come la mia anima. Nera. Crudele. E pura. La notte e la mia anima. E tu che le possiedi, tenendole strette in una sola mano come fossero sonagli. Suonali, suonali ancora. Spacca il silenzio e baciami.


Prendi una stella. Una a caso, che non mi importa. Purchè bruci e sia bella. Bella come quando il tuo sguardo mi attraversa. E il riflesso ridisegna il mio viso. Fuoco e luce. Prendila e lascia che si aggrappi al mio cuore. Che mi marchi la carne e più a fondo, dove tu non puoi entrare. E poi lasciala andare.


Vento. Soffia il vento qui fuori, come fosse d'inverno. Mi accarezza la pelle. Le tue mani di vento sulla pelle d'inverno. O d'estate è lo stesso. E la pelle. Che vibra e che sente. E profuma di tutto. E di niente.


Ma respira più forte. E respirami tutta come fossi nell'aria. Non un sogno. Ma solida, come terra che vive. Come arida terra. Ma che poi quando piove...Pioggia e lacrime. E il resto. Tutto il resto."

TUA. DISPERATAMENTE.




Notte stellata...




Si accoccolò dolcemente sulla falce di luna, immersa in un cielo d'onice trapunto di stelle di cristallo. L'universo l'avvolse tutta come una coperta. Un abbraccio che aveva sognato da tanto tempo. La terra sotto di lei proseguiva indifferente il suo moto perpetuo. Un piccolo puntino verde e azzurro impazzito nell'immenso vuoto che lo circondava.
Pensò alla solitudine infinita di quel pianeta. Alla combinazione casuale di eventi che ne avevano determinato la nascita lì, in mezzo alle galassie. E a come, prima o poi, sarebbe scomparso lasciando al suo posto lo stesso vuoto iniziale. E nessuno avrebbe sentito il bisogno di versare una lacrima.
La vita di quel mondo era simile alla sua. Generati entrambi da un incidente imprevisto, erano fratelli, figli della stessa improbabilità.
Un meteorite passò lasciando dietro di sè una scia polverosa e suoni sordi che si persero galleggiando nel silenzio dello spazio. Una stella lontana implose generando una crepa di luce sulla superficie traslucida di quel cielo solido. Un nulla, fatto di nulla, fu attraversato da vibrazioni inesistenti.
Sospesa sulla sua altalena d'argento, lo spazio le parve una lavagna. Immaginò di disegnarvi figure fatte di bagliori sfumati, evanescenti come raggi di luce, potenti come esplosioni solari. Nei suoi sogni d'artista solitaria ridipinse l'universo con la sua tavolozza di luce e di energia.
Fu trafitta violentemente dalla bellezza di quella visione così concreta e si perse in mezzo ad orbite sconosciute. Discese, scivolando, lungo i vortici dei buchi neri attraversando il tempo e lo spazio senza paura. Si lasciò cullare da correnti incerte e domò la furia delle tempeste astrali. Saltò, come giocando a campana, da un meteorite all'altro e si mise a danzare sulla coda splendente di una cometa. Fissò lo sguardo nella pupilla tremula di una pulsar per scoprire il segreto nascosto nelle profondità di quegli abissi di luce e buio. Poi ritornò, cavalcando una folata di vento cosmico, ad aggrapparsi alla sua luna.
Un brivido l'attraversò regalandole una lacrima. Chiuse gli occhi ascoltando melodie mute che giungevano da ogni dove. L'eternità in un solo istante. Quando si risvegliò il suo letto era di nuovo lì, sfatto e banale come ogni giorno. In quella stanza buia, troppo piccola per contenere la sua anima.

domenica 15 giugno 2008

Passeggiata...


Scivolò, che era già giorno, lungo le strade assolate che portavano in campagna. Si era lasciata alle spalle il grigio freddo del cemento, che neanche il sole estivo riusciva a riscaldare. Camminava immersa nei primi inebrianti profumi di chissà quali frutti. E già la sua mente si riempiva dei colori dell'estate.

Lungo il sentiero sterrato non incontrò nessuno. La gente, quella massa informe di spettri che per tutto il lungo inverno aveva abitato frettolosamente la città, era già tutta partita. Il mondo, quel piccolo mondo traboccante di vita, era tutto a sua disposizione. Gocce di gioia e libertà le riempirono il cuore, e il tempo sembrò rallentare.

Gli attimi velocissimi che l'avevano angosciata nei mesi passati, sembravano ora procedere al ritmo rallentato dei suoi battiti. E il suo respiro scandiva il tempo dei suoi passi. Inspirò. I primi alberi interruppero la monotonia dei campi di grano ormai ingialliti. Piccoli capolavori verdi puntellati di colori che le accarezzarono gli occhi.

Ne scelse uno, più frondoso degli alti, e si sedette occupando il piccolo profilo d'ombra che aveva disegnato sul prato sottostante. Le sue mani delicate sfiorarono i fili d'erba, che si piegarono per un istante, tornando poi nelle loro posizioni originrie. Colse una piccola margherita e se la pose tra i capelli. Rassicurato da quella presenza così viva, il suo corpo le sembrò purificato. La linfa vitale del fiore sembrava assorbire pian piano tutti i veleni accumulati nei giorni passati in città.

Non c'era, fin dove giungeva il suo sguardo, accenno di presenza umana. Il silenzio di quei luoghi così ampi quasi la commosse. Così, seduta, con i capelli scompigliati dalla brezza, poteva ascoltare le voci che fino ad allora aveva ignorato. Sopra di lei, nascosti dalle fronde rassicuranti dell'albero, uccelli cinguettavano spensierati. Provò ad immaginare il contenuto dei loro discorsi fatti di voli e nidi, e quai le sembrò di comprendere quella lingua così squillante e argentina. Da lontano le giunse, poi, il ronzare sordo di qualche insetto impegnato nella sua quotidiana ricera di cibo. Non provò, stranamente, nè fastidio nè paura. Solo un immenso rispetto per quell'instancabile lavoro. Una folata di vento più decisa, e questa volta a parlarle furono i rami e le foglie. Sussurri e bisbigli freschi e verdi che le giunsero all'orecchio come una stupenda melodia per troppo tempo dimenticata.

Si distese allungando il suo corpo e premendolo sul terreno caldo. Chiuse gli occhi e la sua pelle si fuse con steli e radici. Le sue mani divennero zolle di terra e il suo cuore vibrò come ali d'uccello. Un lungo, intenso respiro. E rimase lì, proprio dove avrebbe voluto essere. Da sempre.

lunedì 9 giugno 2008

La tigre...


Si fermò a guardarla. I suoi occhi si confusero con quelli spauriti e tristi dell'animale che le stava davanti. Due sguardi gemelli, provenienti da mondi così incredibilmente lontani.

L'immensa tigre siberiana, elegante e maestosa nel suo mantello bianco e nero, le sedeva ora di fronte, respirando a fatica. C'era in lei qualcosa di una vecchia donna stanca e distrutta che cerca disperatamente la pace.
Quante volte il suo corpo possente aveva percorso il ristretto perimetro di quella gabbia? Quante volte le voci indiscrete dei visitatori l'avevano svegliata dai suoi sogni profumati di terre libere e lontane? Quante volte i lamenti delle altre bestie prigioniere l'avevano spinta sull'orlo della follia?

Il fievole bagliore delle sue iridi azzurre, immerse in quelle blu della ragazza, suggeriva queste ed altre disperate domande senza risposta. E il peso di un dolore senza tempo scendeva a ricoprire quel discorso fatto solo di un'unica, interminabile occhiata di compassione.

Le loro anime si erano incontrate nel lungo istante di quel contatto. Al di qua delle sbarre la giovane donna si sentiva ugualmente prigioniera e senza forze, rinchiusa in una gabbia di altra materia ma ugualmente resistente.

Nel calore di quel primo pomeriggio, i loro due universi avevano cominciato a rincorrersi come satelliti impazziti lungo orbite improbabili. Le sembrò quasi che l'animale le stesse parlando, in quel silenzio assordante, urlando al suo cuore tutta la sua tristezza. E le parve, in quel tacito dialogo, di non poter rispondere a quella devastante richiesta d'aiuto. La sua impotenza di fronte ad una così profonda sofferenza la ferì come una lama conficcata nella carne viva.

Lasciò che le lacrime le scivolassero sulle guance, come acqua fresca appena sgorgata da una fonte, lavando via quel sentimento opprimente. Volse il suo sguardo umano alle pupille feline che ancora la fissavano, intuendone i pensieri più profondi. Un luccichio più vivo degli altri in quell'azzurro liquido la colpì al cuore, come un ringraziamento inatteso. L'incontro dei loro spiriti fratelli aveva regalato alla tigre una nuova speranza e a lei ancora un sorriso. Nella gabbia l'animale si distese finalmente tranquillo. Calando lentamente, le sue palpebre, gli permisero di vedere appena quel volto amico che si allontanava tra la folla...




domenica 8 giugno 2008

Viaggi...


Si ritrovò in strada ancora frastornata dalle musiche dello spettacolo. Nel segreto del teatro, guardando quelle figure orientali avvolte dai coloratissimi costumi di scena, la sua mente aveva cominciato a viaggiare lontano su note provenienti da chissà dove. Il profumo dell'incenso e il tintinnare metallico dei pendagli delle danzatrici del ventre le avevano dischiuso il cuore, regalandole la piacevole inquietudine di chi è pronto a partire per un nuovo, lungo viaggio.
La pioggia cadeva rumorosa tra le auto impazzite e le luci dei lampioni che si riflettevano sull'asfalto. I pochi passanti correvano indifferenti cercando di sottrarsi a quel temporale improvviso. Lei, invece, sembrava non accorgersi deì goccioloni che le scivolavano sul viso e sui capelli sciolti. Il suo pensiero era volato lontano da quella notte piovosa di un'estate che tardava ad arrivare. Lontano dalle strade semivuote e squallide della periferia della grande città.
Camminando lentamente, non le importava di essere ormai completamente bagnata, raggiunse la fermata dell'autobus. Accanto a lei solamente un ragazzino scocciato ed un anziano signore malinconico, perso in chissà quale ricordo di una gioventù troppo distante.
Lei e loro, viaggiatori in moto verso un' unica direzione ma impegnati in viaggi così differenti.
Abbandonando per un istante le sue fantasticherie d'oriente, provò ad immaginare quale fosse il destino misterioso che l'aveva guidata fin lì, sotto quella pensilina, insieme a quegli esseri sconosciuti ed incomprensibili. Ma non trovò risposta. Quell'avvenimento faceva parte di quell'infinita serie di eventi banali che da sempre la avevano incuriosita e sui quali puntualmente si interrogava, incapace di trovare il filo conduttore che li legava alla sua vita.
Una macchina arrivò di corsa, sollevando l'acqua di una pozzanghera che le finì addosso come una doccia fredda interrompendo le sue riflessioni. Tornò a sognare terre calde e suoni e profumi orientali, così lontani da quella situazione, felice che quella serata le avesse portato in dono simili fantasie. Intanto la notte avanzava tutt'intorno, e la pioggia sembrava non volersi fermare.
Stanca di un'inutile attesa si sporse dal marciapiedi cercando di richiamare l'attenzione di un tassista distratto. Il suono acuto di una frenata improvvisa la avvertì che il taxi l'aveva notata. Salì in macchina indicando la destinazione all'autista impaziente e si richiuse nei suoi pensieri. Sul sedile posteriore di quella grande macchina bianca, chiudendo gli occhi e abbandonandosi al procedere lento e sobbalzante della strada trafficata, si immaginò membro di una carovana diretta verso luoghi impecisati ma stupendi. L'immagine di uomini e donne in fila che procedevano lentamente in terre deserte e asciutte sembrò riscaldare il suo corpo inzuppato e infreddolito. Una sensazione piacevole che durò troppo poco, prima che la voce rude dell'uomo che conduceva la vettura si risvegliasse a ricordarle che era arrivata. Pagò la corsa e si chiuse alle spalle la porta dell'auto. Poi si inoltrò nella stradina silenziosa che la conduceva verso casa. Fu colta di sorpresa dall'odore di curry e altre spezie provenienti da uno degli appartamenti del suo palazzo. Quel profumo così reale sembrò dare nuova vita ai sogni che l'avevano accompagnata fin lì. Inspirando profondamente, fu sicura che quella notte si sarebbe addormentata felice.